Uno sfondo vintage dal mercatino dei Navigli, un’insalata semplice, come la vedi. Questo è un piatto bello carico, più di significato che di sostanza, anche se quella vedrete non manca.

Per quanto io adori le porcellane, la posateria e tutto “l’arredamento” per la mise en place non è di questo che voglio parlare… il piatto – che ci tengo a precisare mi ha fatto lo stesso effetto che di solito mi fa un barboncino nano che se la cammina felice per la strada – in questo momento potrebbe anche essere quello del servizio da combattimento,  la sua bellezza è un’altra. La sua bellezza è B e Vappo, la sua bellezza è noi tre che dopo la nostra laurea ci incontriamo a metà strada, a Milano, due ore da Torino e due ore da Padova. Erano passati già sei mesi e le nostre vite avevano preso strade uguali ma diverse.

Uguali perché tutte e tre lavoriamo nella straparlata industria dell’agroalimentare, diverse perché beh…siamo lontane. Loro sono state un po’ più fortunate, lavorano nello stesso edificio e vivono nella meravigliosa città che è Torino, la città dei caffè, del gelato, del cioccolato, delle eccellenze enogastronomiche, la città che devo dirlo, è il luogo in cui disimparo a guidare e divento la donna a volante dei cliché. Torino con i suoi controviali non è perfetta, ma è bella, come lo siamo noi.

 

Digressione nostalgica a parte… Il fatto è che quando si studia a Pollenzo si vive per un lungo periodo in una città incantata. In cui tutti, ma veramente tutti, hanno la tua stessa passione: il cibo. Non sembri strano se ad un certo punto inizi a scannerizzare le etichette di quello che stai mettendo nel carrello o se a ristorante ti metti ad analizzare da un punto di vista tecnico e culturale il piatto che stai mangiando, senza dimenticare le ordinazioni tattiche da strateghi tra te e i tuoi compagni di bagordi per riuscire ad assaggiare tutto il menù. La tua vita a Pollenzo, Bra, Torino, nelle Langhe è cibocentrica ed è meraviglioso, il problema è quando te ne vai, la bolla esplode e ti senti perso.

 

Ma noi dottori in Scienze Gastronomiche siamo fedeli alla nostra passione, e l’approccio che abbiamo imparato ad avere con il mondo del cibo non lo abbandoniamo, anche in territorio straniero continueremo ad essere con fierezza “quelli strani”.

Carlin Petrini ci ha sempre investiti di un’enorme responsabilità: siete voi il futuro del cibo, a voi il bello e il cattivo tempo, e non potrei essere più felice di avere questo peso sulle spalle.

 

Sapete perché vi racconto questo? Perché c’è stato un momento in cui ho dubitato, in cui ho avuto paura di non essere più in perfetta armonia con quelle che sono sempre state le mie convinzioni in merito al cibo, ho avuto paura di aver perso il legame con Pollenzo.

Un dubbio che mi è venuto quando finalmente, io B e Vappo siamo riuscite ad organizzarci per trovarci a Milano…provavo ad immaginare come sarebbe stato rivederle, come sarebbe stato ritrovarci, mi chiedevo se fossimo cambiate, avevo paura che non ci sarebbe stata più quella chimica che ci faceva stare così bene assieme.

 

 

Appuntamento da Eataly, la nostra isola felice, Dio quanto mi mancava! Le vedo fuori sedute al bar – la quinta colazione della mattina è un pasto importante ndr. –, inizio a correre e ovviamente rischio di essere investita da un’auto… manco mi ero accorta che c’era una strada. Ci abbracciamo forte e sono sempre uguali…siamo sempre uguali.

Per un momento mi chiedevo se fossero vere, non riuscivo a credere che ero di nuovo li con loro, ma questa sensazione è svanita presto, perché è stato come se non ci fossimo mai lasciate. Come se ci fossimo salutate la sera prima per rivederci il giorno dopo. Eravamo sempre noi.

 

Shopping sui Navigli, ci raccontiamo i sei mesi trascorsi, pranziamo al Rebelot da Matteo. Filetto con burro alle erbe e ceviche di mango con carpaccio di ombrina, ‘nduja ed estratto di coriandolo, un bicchiere di Champagne e due cocktail per brindare a noi. Come ai vecchi tempi. Non potevamo essere più felici di aver avuto la conferma di quanto la nostra amicizia sia vera, sincera. Riusciamo ancora a terminare l’una le frasi dell’altra.

 

Quando ho comprato il piatto che vedete in foto gli avevo detto che avrei fatto una ricetta dedicata a loro, o meglio dedicata alla nostra amicizia. Ebbene, una ricetta semplice, ma allo stesso tempo non banale. Una ricetta che riflettesse la nostra passione per il cibo, quello buono, quello vero. Per i piatti frutto di un pensiero, non fatti a caso, dove gli ingredienti coesistono per una ragione.

 

Cavolo cappuccio tagliato sottile, sale, semi di papavero e una vinaigrette di limone e olio extravergine. Un leggero richiamo ai crauti altoatesini. Al posto dell’aceto c’è il limone e al posto dei semi di cumino quelli di papavero, nessuna fermentazione, solo 5 minuti di riposo. L’insalata con la L maiuscola, la mia preferita, equilibrio tra acidità, sapidità e pienezza. La carne di fagiano è il plus… è quella parte del piatto che simboleggia la nostra amicizia, semplice ma speciale, e il nostro debole per il cibo non convenzionale.

 

Parlando di carne, questo è un petto di fagiano lesso. Mille volte più buono del pollo, mille volte più sano e con una consistenza pazzesca che però può non piacere a tutti. Perciò qualsiasi tipo di carne bianca andrà bene lo stesso, basta che sia della migliore qualità che riuscite a trovare, perché sarà quello il gusto protagonista, ne salse ne condimenti lo copriranno.

 

Amiche mie, alla nostra!

 

 

 

INGREDIENTI

 

1 Petto di fagiano bollito e tagliato a pezzetti

Del cavolo cappuccio tagliato sottile, possibilmente con l’affettatrice.

1 cucchiaio d’olio extravergine

Il succo di mezzo limone

Sale q.b.

Semi di papavero q.b.

 

Condire il cavolo cappuccio con del sale. In un vasetto unite l’olio, il succo di limone e shakerate per amalgamare la vinaigrette. Condite il cavolo con la vinaigrette e lasciate riposare per 5 minuti. Dopo di che sistemate sul piatto il cappuccio leggermente marinato e adagiatevi il petto di fagiano (leggermente condito con un filo d’olio extravergine se preferite), ultimate con una spolverata di semi di papavero.

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